Lasciate almeno in pace i bambini. (O di quando cercavo un ago in un pagliaio e mi sono ritrovato a essere l’ago)

La scorsa settimana ho avuto l’occasione e il privilegio di vestire i panni di fotografo per l’Università degli Studi di Verona. Sebbene non si trattasse di un ruolo inedito per me (avendo svolto un periodo di stage negli uffici della Comunicazione Integrata d’Ateneo, mi era già capitato di farlo), stavolta l’occasione è stata tanto inaspettata quanto irresistibile, ed è stata la Kids University.

Sostanzialmente, l’Università ha aperto le porte a bambini e ragazzi regalando loro, ma regalando anche a chiunque si trovasse a passare di lì, dieci giorni di attività di varia natura, che sono spaziate da laboratori e dimostrazioni a spettacoli e mostre (e molto altro). Per dieci giorni, dal 17 al 27 settembre, l’Ateneo si è popolato dei passi, delle voci e dei colori di moltissimi bambini provenienti per la maggior parte dalle scuole veronesi. In questo insolito scenario, che è riuscito a stupire e strappare un sorriso persino agli assopiti studenti universitari ritrovatisi a condividere con i bambini chiostri, corridoi e biblioteche, il mio obiettivo era quello di inseguire dettagli. Isolare un microcosmo dal tripudio di colori, grida di eccitazione e scalpiccii riecheggianti nei chiostri, e valorizzarlo. Ho cercato mani, sguardi, gesti ed espressioni. Inutile dirlo, ne ho trovati in quantità; e l’entusiasmo dei bambini ha reso il compito più facile del previsto, più facile persino delle mie paranoie di non essere all’altezza.

Mentre mi trovavo alla ricerca di quel microcosmo e gioivo alla vista della creatività dei bambini, qualcosa ha catturato la mia attenzione distraendomi dall’obiettivo. Non si trattava affatto di un microcosmo, ma piuttosto di un dato di fatto che era persino più grande di me. Ero un gigante che cercava di far passare un filo nella cruna di un ago, ma improvvisamente mi sono ritrovato piccolo, a contemplare un fenomeno che trascendeva non solo me e la mia esperienza, ma anche probabilmente quella della mia generazione.

Sono cresciuto in classi e scuole composte esclusivamente (o quasi) da studenti di nazionalità italiana. Anche sforzandomi, non riesco proprio a ricordare nessun compagno di classe che non fosse italiano. Figurarsi pensare a studenti che non avessero i miei stessi tratti del viso o il mio stesso colore della pelle. I bambini della Kids University mi hanno insegnato che, fortunatamente, il mondo cambia e la società si evolve, e che, ancora più fortunatamente, nessuno può fare alcunché per arrestare questo cambiamento. Per un attimo, che in realtà è durato ben più di un attimo, ho sorriso pensando alla benedizione che hanno questi bambini di poter assaporare le sfumature, di avere a portata di mano una realtà ben più ampia e variegata di quella che abbiamo avuto io e i miei compagni di classe, di poter dare per scontata la diversità e di acquisire già in tenera età la ricchezza inestimabile di non considerarsi mai un modello di riferimento, o un uno in netta contrapposizione con il resto. I fortunati bambini che avevo davanti agli occhi erano esclusivamente intenti a dare sfogo alla creatività, giocare e divertirsi, e sembravano completamente ignari o noncuranti di quelle che a molti grandi, vittime dell’agenda setting dei telegiornali, sembrano distanze incolmabili.

Per loro non c’erano differenze di sorta, e il fatto che io mi sia ritrovato in preda a queste considerazioni significa che il cambiamento c’è stato, in barba a chi sfrutterebbe anche il cadavere di un bambino a costo di frenare l’integrazione. Ho pensato a me, alla mia generazione e alle generazioni di chi ci governa come uomini e donne mentalmente limitati rispetto a quei bambini. Prigionieri di sovrastrutture che ci rendono i carcerieri di noi stessi, presi da un’affannosa lotta per abbattere muri che per questi bambini neanche esistono e sarebbero anche difficili da concepire. Per un attimo, e dopo molto tempo, sono persino riuscito a immaginare un futuro migliore. Nelle loro mani.

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