Sto soltanto cercando il sole. Ci vorrà del tempo (ma giuro che avrò pazienza). Sto scavando per trovarlo

15 anni fa, il 5 maggio del 2000, vedeva la luce Asile’s World: il mondo capovolto di Elisa. Uno dei suoi mondi migliori, quello più remoto, unico, intimo.

È un momento tipico nella vita di molti tra i grandi, quello che, dal tormento e dalle lotte interiori, vede nascere i frutti più belli. Quali che siano le radici, il dolore aiuta spesso a tirare fuori il meglio, e sono proprio i frutti nati da quel male di vivere i più immuni al logorio del tempo. Per Elisa, i mesi a cavallo tra il 1998 e il 1999 devono aver rappresentato proprio uno di questi momenti, quelli in cui il mondo esterno appare come un grande caos contraddittorio e privo di qualsiasi punto di riferimento. Basterebbe semplicemente fare un po’ d’ordine, ti ritrovi a pensare, o trovare la giusta prospettiva da cui osservarlo, ma qual è la prospettiva se tutto appare sottosopra e mi ritrovo a scavare per trovare il sole?

I’m just looking for the sun
It takes time (I swear I’ll be patient)
I’m diggin’ for it 

New ImageMolto facile, allora, cadere nella tentazione di sentirsi soli, alienati, inutili. Ti senti uno zero, finché non arriva il momento in cui ti poni il quesito: is this the best I can be? Che cosa si è disposti a fare per sentirsi anche poco al di sopra di quello zero? Inizi a scavare dentro te stesso, cercando di capire se il problema, piuttosto, non risieda all’interno.

La ricerca dell’essenziale fornisce a ognuno risposte diverse. Elisa ci trova l’elettronica e la radiografia che ne emerge è un nervo scoperto, un autoscatto in bianco e nero che rimanda un’immagine distorta, quasi spaventosa, in cui ci si riconosce a fatica. Ciò che ne emerge è un album al primo ascolto ostico, e forse proprio per questo prezioso, in cui il mood rock degli albori lascia il posto ad atmosfere più psichedeliche e oniriche nelle quali riecheggiano Björk e i Radiohead, chiari modelli d’ispirazione di uno sfogo che riesce comunque a guadagnarsi il proprio spazio, la propria autonomia, e conseguentemente a lasciare un segno duraturo.

Asile’s World è l’inverno, il cercare una protezione contro il vento gelido e finire col dimenticarsi ciò che ci sta intorno. È odiarsi, ma allo stesso tempo anche amarsi un po’. Odiarsi e amarsi, per sette volte. È tutte le nostre paure, in quell’istante in cui ci appaiono così grandi da farci sudare. È la fragilità, il perdersi in labirinti interni e non avere idea di dove sia l’uscita. Non ancora. L’importante è continuare a scavare.

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