Amare è toccarsi l’anima. Di sicuro tu hai toccato la mia, poiché parte del tuo essere si riversa al di fuori di me, di tanto in tanto, tra questi versi.

Ricevo la triste notizia delle gravi condizioni di salute di Joni Mitchell.

Molto spesso sento persone esclamare «Quanto vorrei essere nato negli anni X!». Io non ho mai avuto un simile desiderio. Non credo sia un limite imputabile alla mia fantasia, perché di viaggi mentali ne faccio in abbondanza, ma non ho mai saputo specificare un periodo storico in cui mi sarebbe piaciuto vivere. Eppure, da qualche tempo a questa parte, un pensiero ha iniziato a ronzarmi in testa, e forse è stata proprio questa triste notizia di oggi a farmelo tirare bruscamente fuori, nero su bianco. In questo momento più che mai, penso che avrei voluto avere l’opportunità di vedere l’artista Joni Mitchell crescere e maturare. Avere avuto la possibilità di scoprirla nel suo divenire, poiché ritrovarsi davanti un’opera così vasta ed eterogenea in un solo colpo è ingiusto e riduttivo. È riduttivo perché si finisce con il dare per scontate troppe cose, e con il non riuscire a cogliere tutte le sfumature di una carriera il cui valore è davvero inestimabile.

Ma credo che di elogi e articoli sull’artista ne siano stati scritti a sufficienza, sicuramente da persone più competenti del sottoscritto. In questo particolare momento, credo che non si possa fare di meglio che lasciare che sia la sua musica a parlare, per ricordarci ancora una volta la bellezza dei suoi versi. Io voglio farlo con una canzone che da diversi mesi scava sempre più a fondo dentro di me. Si chiama A case of you e risale al 1971, anno di pubblicazione dell’album Blue (a questo link trovate un commento/parafrasi del bellissimo testo).

Pregherei per te se credessi che servisse a qualcosa; ma preferisco ascoltare ancora una volta le tue di parole e lasciare che si diffondano nell’aria. Lasciarle libere tra la polvere e la luce, in quello spazio che appartiene solo a chi, nonostante tutto, rimane.

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