Sei come sei, di Melania Gaia Mazzucco

È sempre un piacere quando qualcuno cerca di portare alla luce del sole quei contesti di vita relegati dai più negli angoli polverosi della coscienza. È sempre un gesto apprezzabile, o quantomeno meritevole di un ‘grazie’, perché spesso tra quella polvere si nascondono storie che abbiamo un disperato bisogno di ascoltare. Perché? Perché se vogliamo lottare per contrastare il naufragio ideologico e sociale che ci circonda dobbiamo innanzitutto uscire dalla nostra bolla di egoismo, accettare di essere solo una delle tante sfumature che costituiscono la realtà e abbracciare la diversità che ci circonda. Con questo libro, Melania Gaia Mazzucco ci fornisce l’opportunità di affacciarci sulla vita di una famiglia composta da una figlia e due padri. Un tema scelto apposta per far parlare e vendere copie, dice qualcuno, e il mio obiettivo qui non è certo quello di smontare le critiche, ma, purché ci sia la possibilità di trarne un insegnamento, o un nuovo punto di vista su un particolare contesto, o in generale un qualche tipo di arricchimento, è davvero un peccato così grande? Ci sono storie che andrebbero ripetute a ogni ora del giorno e della notte per far sì che ci si ricordi della loro esistenza, per far sì che non facciano più paura, per far sì che i più possano finalmente metterci sopra quella targhetta che a loro tanto piace e con su scritto ‘normale’. Lungi da me uniformare. Odio l’aggettivo ‘normale’, ma il diverso deve smettere di far paura e l’unico modo per provare anche solo ad avvicinarsi a questa utopia è conoscerlo, parlarne, raccontarlo, mostrarlo.

Qualche settimana dopo aver terminato la lettura di Sei come sei ho rivolto a me stesso, in modo del tutto spontaneo, una domanda, e spero che la risposta che ho cercato di dargli sia più interessante di una tediosa recensione, o dello stare qui a cercare di raccontarvi la trama con parole mie. «Qual è la cosa più importante che ti ha lasciato questo libro?». Per rispondere, però, è necessario che vi riporti qualche riga, e che ve la contestualizzi.

Eva, undici anni, ha da poco commesso un guaio, e per fuggirne le conseguenze decide di andare da suo padre, Giose, che ormai non vede da molto tempo a causa delle difficoltà legali legate al riconoscimento della paternità, non essendo lui il padre biologico della bambina. Questa è anche l’occasione per Eva di provare a ritrovare la serenità ormai perduta, la quotidianità di quei piccoli gesti che le è stata strappata con la forza nel momento in cui è stata costretta ad andare a vivere con i suoi zii.

Giose estrae le lenzuola dall’armadio – odorano di canfora e di umidità – e comincia a prepararle il letto nella camera degli ospiti. Ma lei protesta: vuole dormire nell’altra camera, la loro. Allora Giose le propone di dormire nel suo letto, ci andrà lui nella camera degli ospiti. Eva non vuole che la consideri un’ospite. È venuta per restare. Poi le torna in mente un discorso ascoltato parecchi anni prima alla televisione. Una onorevole, intervistata in quanto competente in materia – benché, occhialuta e secca come una befana, non sembrasse proprio esperta d’amore – diceva che oltre al fatto che è contro natura, gli omosessuali non devono avere figli perché li molesterebbero sessualmente. Christian [il padre biologico] aveva subito cambiato canale, ma ormai quelle parole abrasive erano schizzate addosso a loro tre come acido muriatico. Bruciavano. Corrodevano, laceravano il tessuto della loro quotidianità – le certezze, la bellezza, tutto. E non si poteva ignorarle. Eva sapeva cosa significa molestare sessualmente. Gliel’avevano spiegato, perché capisse se qualcuno le dimostrava attenzioni improprie e fosse in grado di difendersi. Si era voltata verso di loro, sconvolta. Padre, perdonala perché non sa di cosa parla – aveva detto Christian, scherzosamente. I genitori degni di essere chiamati tali non molestano i figli, con chiunque vadano a letto. I figli sono figli per tutti. Eva non riesce a credere che Giose tenga conto dell’opinione di gente così. Però lui sta già spianando il lenzuolo, insacca il cuscino nella federa pulita, e lei non riesce a dirgli che ha fatto tutta quella strada perché voleva dormire addosso a lui. Sentire il suo respiro, vicino al viso, di notte. Strofinare la guancia contro la sua barba, urtare il suo braccio, posare la bocca sulla sua spalla, ficcargli i piedi tra le gambe, appallottolarsi come un gatto sulla sua schiena, sentire la pelle calda contro la sua. Quell’intimità spensierata che puoi condividere solo coi genitori, o coi fratelli, o con gli amanti. Ma lei non ha fratelli e non ha più genitori, ed è troppo piccola per avere un amante. Nessuno la bacia, l’abbraccia, la stringe forte – da tanto tempo. Nessuno può davvero toccarla.

L’abilità di Melania Gaia Mazzucco nel rimarcare il potere corrosivo delle parole è, qui, sconvolgente. Prendere uno degli innumerevoli deliri che ogni giorno ci sentiamo vomitare addosso dalla bocca del politicante di turno e mostrare, in modo così naturale che ci si sente quasi in colpa per non esserci immaginati noi stessi uno scenario del genere, gli effetti che quelle parole possono avere sui diretti interessati, è molto probabilmente una delle trovate più geniali e il merito più grande di questo libro. Le parole feriscono, lacerano, possono distruggere equilibri precari, e la scelta delle voci a cui dare maggiore risonanza andrebbe soppesata con cautela. Il problema è quindi doppio, perché a ferire sono sì le parole del politicante – e, per estensione, di chiunque incroci il nostro cammino, di chiunque si ritrovi ad essere oggetto della ricerca di comprensione, o di una qualche forma di umanità – ma a ferire è anche la scelta di chi l’informazione la diffonde senza capire che c’è bisogno di altro, o per lo meno anche di altro, di una risposta che possa avere la stessa risonanza, ma diffondendo stavolta un messaggio di rispetto, inclusione ed empatia. Al contrario, quella sentenza, sparata da qualcuno che evidentemente non è riuscito a rompere la bolla del suo ego(centr)ismo, scalfisce irreparabilmente la quotidianità della famiglia, e picchia duro anche sulla coscienza di chiunque si ritrovi a leggere quelle righe. La bellezza è rotta, la magia va in frantumi. Un padre non è più libero di toccare sua figlia senza sentire l’eco distruttivo di quelle parole, e una figlia non può soddisfare il suo primordiale bisogno di affetto, della presenza di un punto di riferimento, della sicurezza che solo un contatto paterno o materno può dare. Questa è senza dubbio l’immagine più forte, quasi sconvolgente, del libro della Mazzucco. Un’immagine che, sì, anche io, se fossi un professore, vorrei leggere ai miei studenti.

Francisco-de-Herrera-the-Elder-XX-St-Joseph-and-the-Child-XX-Museo-Lazaro-MadridL’unico rammarico che provo ripensando a Sei come sei riguarda esclusivamente due scivoloni – uno contenutistico e l’altro stilistico. In ogni caso, le debolezze sono egregiamente bilanciate dal modo intelligente di affrontare una tematica difficile come l’adozione di figli da parte di coppie omosessuali, e da alcune trovate interessanti, come la metafora dell’anno zero e la scena della meridiana di Santa Maria degli Angeli, a Roma. Il merito è della profonda conoscenza che Melania Gaia Mazzucco dimostra di avere della storia dell’arte. Geniale, a tal proposito, il rimando al dipinto San Giuseppe con Gesù, di Francisco Herrera il Vecchio. L’aggiunta di interessanti nozioni sulla cultura classica risulta quindi sempre ben pesata e mai fastidiosa, perché il soffermarsi sulle bellezze di una basilica significa anche esaltare l’eredità lasciata da un personaggio, e scardinare il concetto stesso di tempo può essere, ancora una volta, un invito a uscire dalle nostre zone confortevoli, a metterci alla prova, a capire che esistono realtà diverse, e diverse prospettive da cui osservarle.

Non esiste il tempo assoluto. Non è una realtà, un fluire universale, indipendente dai sistemi di riferimento. Il tempo è percezione. E anche volontà. Come un colore esiste solo per l’occhio che lo registra, così un attimo, un’ora o un giorno esistono solo in rapporto agli eventi che li definiscono. Non esistono nemmeno le ore. In passato esse avevano durate diverse, a seconda della stagione. I romani le chiamavano ‘horae inaequales’, è latino, vuol dire ore disuguali. Se questa ora che stiamo passando insieme ti sembra lunga come al solito, la ventiquattresima parte del giorno, penso che non ci vedremo più. Io inseguo le ore disuguali.

In tutto ciò, il destino dei personaggi dipende naturalmente dalla nostra propensione a metterci in gioco e dall’esito di un nostro eventuale tentativo di abbracciare l’invito dell’autrice. Banalmente (o forse no), spetta a noi.

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